29 dicembre 2002, 06:53 | diario (doc 102, ver 3) di sullof
|
Il Tentacolo/15 numero QUINDICI, 1 gennaio 1992
Era poco più che Natale quando ci sentimmo con Mimmo (che non amava le feste) e decidemmo di tirare fuori un numero un po' più corposo del solito. Non pensavamo, però, che avremmo messo insieme quattro pagine. Per costruire il Tentacolo più lungo della storia, chiamammo a raccolta i collaboratori presenti e passati, chiedendogli un contributo. Parteciparono così Tommaso Cariati e sua sorella Angela, Peppino Persico, Franco Corapi, Angelo Adamo e Salvatore Principato.
La prima pagina si apriva con Rimozioni, una poesia a quattro mani, del solito Frando Aiesu. Di seguito un testo dedicato a Nadia, una studentessa che, per ragioni facili da intuire, si era guadagnate le attenzioni di Mimmo. Faceva così:
Nadia Dània Adina Nidài Nàiàd Indàa Aidan Ainda Niada Naaìd Diana Daina Idnaà Iaand Inada Anida Dnaia 'Ndiaa Diaan Daian Iaadn Danai Dinaa A'Niad Idanà Idaan D'Naai Daain
chi è costei? ... chi è costui? ... chi son costoro?
Seguiva un poesiola di Ful (cioè io) senza titolo:
diffondo cromatismi leggeri
Non era granché, come tante delle cose apparse sul Tentacolo, ma quello che era veramente da cogliere del foglio era lo spirito e tutto partecipava a crearlo. Di seguito la seguente citazione:
Io sono nato come il giglio in un giardino, E' così che sono cresciuto, Quando l'età sopravvenne, sono invecchiato, Quando dovetti morire, appassii e morii.
Ad agosto era morto mio padre. L'infarto l'aveva colto all'improvviso, quando tutti pensavamo stesse meglio ed avesse superato l'attacco dell'inverno scorso. Stava al mare, con in resto della mia famiglia. Il cuore gli cedette durante i preparativi per l'amore. Mia madre, dopo anni e innumerevoli rifiuti, aveva acconsentito a farlo. Non arrivò neanche a iniziare ma voglio pensare che fece comunque una bella morte. Noi tutti restammo abbastanza scioccati. La poesia che scrissi qualche giorno dopo, che avrei voluto incidere sulla sua lapide, la pubblicammo in quel numero del Tentacolo. S'intitolava a mio padre.
Il racconto a seguire, Lo stordimento arduo, di Mimmo, si incanalava nella "tradizione" più propriamente tentacolare.
La citazione successiva la mettemmo perché ci piaceva sfottere le super-femministe di allora, quelle ragazze coi paraocchi che criticavano quello che scrivevamo senza coglierne l'ironia. La scelse Mimmo.
Dal "De Vulgari Eoquentia Doctrina" I IV 1-3
di Dante Alighieri
Sed quanquam mulier in script[ur]is prius inveniatur locuta, rationabilius tanem est ut hominem prius locutum fuisse credamus; et incovenienter putatur tam egregium humani generi actum non prius a viro quam a femina proflu[x]isse.
Traduzione:

Ma per quanto nella scrittura si trovi che ha parlato prima la donna, è tuttavia più ragionevole credere che abbia parlato prima un uomo; e contro convenienza si pensa che un atto sì nobile del genere umano non sia fluito da labbra d'uomo, prima che di donna.
In quel periodo, avevamo preso l'abitudine di passare una serata al mese a casa di Tommaso Cariati, a Castiglione Cosentino. Un vero e proprio cenacolo. Ogni volta, uno dei partecipanti ci parlava di qualcosa di interessante. Lì avevo conosciuto Peppino Persico, un prete spogliatosi per amore di una donna con la quale si era sposato e messo al mondo una bellissima bambina per poi separarsi. Un bel percorso. Allora insegnava filosofia al liceo classico di Paola, occupandosi di psicologia, religioni e poesia. Per quel numero, estraemmo una poesia senza titolo da Sipario, il suo ultimo libro.
Il testo seguente, lo avevo scritto per testare la nostra nuova stampante. Una di quelle cose ripetitive che si scrivono per occupare spazio. A rileggerla, però, ci piaceva e decidemmo di inserirla. Mancava solo il titolo. La chiamammo Pechino, agosto 1913.
La poesia successiva era senza titolo e ad opera di Franco Corapi sotto le mentite spoglie di Leonida Puddu. Quindi, a seguire, un intervento mio e di Tommaso su una poesia del citato Peppino Persico. La poesia originale era, a nostro avviso, sovrabbondante, e così l'abbiamo allegerita, un po' come fare un remix di successo di una canzone di per sé interessante ma passata sotto silenzio. Si intitolava Senza paura ed era dedicata alla figlia.
A seguire un altra poesiola di Ful:
l'effato del mio cuore ectopico vanisce come sinusoide smorzata sismo giumella di fumo.
Il regolatore di Jacopo prese quasi due pagine. Si trattava di un poemetto di Tommaso che trovammo subito molto interessante così da decidere di inserirlo malgrado venisse meno al principio di brevità proprio della produzione tentacolare.
Poi, proseguendo nella politica delle poesie scritte da altri, ne selezionammo una bellissima scritta nientemeno che dal grande Giuseppe Ungaretti, tratta da "Naufragi". Eccola:
Natale Napoli il 26 dicembre 1916
Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata
Qui non si sente altro che il caldo buono
Sto con le quattro capriole di fumo del focolare

Ogni ora, di Angela Cariati, ci comunicò la sofferenza propria di una donna sensibile costretta a vivere nel coriglianese, regione della Calabria chiusa e castrante. Ricordo che la conobbi in occasione della presentazione di un libro o forse perché partecipò ad uno dei nostri cenacoli e mi colpì molto per l'intelligenza sottile. Sono certo che lo stesso fratello non l'abbia mai colta, per quanto certamente se ne sforzasse.
Gli orti d'inverno, di Tommaso, era una poesia in rima, invernale, d'effetto. Se non ricordo male, l'autore la incluse in una raccolta successiva di poesie tutte in rima. Se si considera che la produzione iniziale di Tommaso, soprattutto lo splendido "Forbidden", era priva di rime e, direi, molto computer-like, si trattava di una fase nuova e oltremodo interessante.
Auriga d'Este, autore della successiva poesia senza titolo, era, com'è facile intuire, l'ennesimo pseudonimo. Ecco i versi:
scrivi una poesiola tre, quattro righe o sei forse per rattoppare o rendere la crosa gemina sotto il naso di questa grassa sposa di questa sposa grassa gemina la cassa

Il noto Frando Aiesu, la nostra contrazione preferita, era presente con un'altra poesia, molto "tentacolare", Chicchi d'uva scanditi.
Histoire d'O rappresenta uno dei due testi-gioco di quel numero, con il suo contenuto quasi solamente vocalizio. L'altro, Su e giù, senza titolo nel foglio, di Dolores Vinosa, era una chiara allusione sessuale.
Angelo Adamo, studente di Fisica e bravissimo armonicista jazz, partecipò scrivendo con me un breve testo, 18/11/91/DIARIO-DI-DARIO, in linea con la poetica del foglio. Di seguito, una poesia goliardica in rima, Età, di Aleandro dei Carloni (cioè io), che scrissi stimolato da Gli orti d'inverno di Tommaso. Quindi un altro mio testo, Alternarietà di 'fra Tonino, largoveggente del '300, firmato stavolta da Spartaco Bocelli detto Il Bove, di taglio pseudomedievale.
Salvatore Principato entrò in stanza del prof. Falcone mentre stavamo impaginando e ci offrì il suo apporto estemporaneo col seguente
Ti avevo detto di chiudere la fineeeestraaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Infine, dopo il consueto incipit Viva l'Italia dei Puri di Spirito, stavolta ripetuto una decina di volte senza soluzione di continuità, un mio raccontino a sfondo erotico: Gioco d'inchini.
Dopo quel numero esaltante, i rapporti con uno dei nostri collaboratori si sarebbero rovinati a causa di una sua interpretazione, stravolta dalla gelosia, dei miei comportamenti nei confronti della sua ragazza. Non mi diede neanche neanche la possibilità di difendermi. Ci rimasi malissimo.
|
|

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicita'. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Inoltre contiene testi di diversi autori, pertanto ogni testo inserito è e resta di proprietà del suo autore e sotto la piena responsabilità del medesimo. Per qualsiasi cosa scrivere un messaggio.
|
|