29 dicembre 2002, 06:26 | diario (doc 103, ver 5) di sullof

Una condanna senza processo
Calabria, gennaio 1992

In quel periodo avevo una storia con S., una ragazza di Salerno, fidanzata da anni con uno scandinavo che non viveva con lei.

L'avevo conosciuta ad una cena organizzata da Mimmo e Fedele a fine ottobre. Abitava al piano di sotto. Era bella e intelligente e me ne infatuai subito.
Due settimane dopo, nel proseguio di uno splendido concerto di Lutte Berg, calabro-svedese di Rovito, la riaccompagnai a casa e, credo per l'eccitazione del jazz, le cose precipitarono e finimmo sotto le lenzuola.

Per circa un mese andammo avanti vedendoci o durante la giornata da me oppure di notte da lei. Arrivavo di solito intorno alla mezzanotte, parcheggiando la mia Skoda distante, perché non se ne sentisse l'inconfondibile rombo.
Il problema erano i suoi padroni di casa, una coppia di mezza età che aveva conosciuto il suo lui e non avrebbe preso bene la sua infedeltà.

Facevamo l'amore tutta la notte, senza tregua, fino all'alba, quando mi rivestivo e andavo via.

Ma le cose cambiano e così un giorno mi disse che la nostra storia era senza futuro, che non poteva andare avanti, che si sentiva in colpa, eccetera eccetera. Così, a metà dicembre, interrompemmo la nostra relazione.
Dapprima accettai la sua volontà, poi mi dissi che però potevamo vederci da amici, e dopo qualche giorno passai a trovarla.
Stava aspettando l'agopuntore. Ricordo che quando lui arrivò si denudò la schiena con noncuranza ma controllando con la coda dell'occhio come reagivo alla vista della sua pelle. Quando andò via mi chiese perché non mi stendevo un attimo vicino a lei prima di andare via.
Facemmo l'amore non so quante volte, fino a mattina, senza curarci di chi potesse vederci dalle vetrate che affacciavano sulla strada sterrata.

Si avvicinavano le feste.
Per Natale sarebbe andata a Monaco di Baviera, dalla nonna di lui. Nell'occasione gli avrebbe parlato e detto tutto. Poi sarebbe tornata a me e stavolta saremmo stati liberi di amarci.

L'ultimo giorno prima di partire passò dall'appartamento che dividevo con altri tre studenti. Mangiammo qualcosa, poi sgattaiolammo scherzando nella mia stanza e ci salutammo ala nostra maniera. Alle diciotto scappò via.

Malgrado le sue intenzioni avevo il fortissimo presentimento che alla fine non avrebbe avuto il coraggio di lasciarlo e che sarei restato solo.
Fece molto freddo in quei giorni. Io uscii poco passando delle bruttissime feste di Natale. Mi duoleva il cuore, bisognoso com'ero di qualcuno con cui parlarne.


Durante il cenacolo di inizio gennaio, pochi giorni dopo l'uscita del numero 15 del Tentacolo, fu la ragazza di T. a calamitare i miei occhi. La chiarezza del suo sguardo mi dava serenità e mi sembrava alleggerisse il dolore per la certezza della perdita dell'amore.
Quella sera Mimmo non c'era. Noi altri parlammo di qualcosa che non ricordo, poi mangiammo le solite pennette e quindi ci salutammo e ognuno per la sua strada. Il dolore era forte e non mi era riuscito di aprirmi con nessuno. Provai esplicitamente solo con T. che ignorò le mie parole e lasciò cadere il discorso.
Aveva travisato gli sguardi scambiati fra noi.

Qualche giorno dopo bussò a casa mia dicendomi che stava passando di lì per caso, che poteva darmi un passaggio fino all'università.
In macchina, dopo qualche minuto di silenzio, mi disse che aveva capito tutto e che sarebbe stato meglio per tutti che non ci si vedesse più. Perché lui sapeva che io ero un amorale e non avevo alcuno scrupolo a provarci con la sua lei. Lo guardavo stupefatto. Non teneva in alcuna considerazione il mio stato, di cui pure sapeva.
Mi restituì "Koto", un romanzo di Kawabata che gli avevo prestato.
Malgrado tutto, a vederlo così serio e convinto, mi veniva da ridere. Era così assurdo: ero innamorato perso di una ragazza dalla quale ero certo di ricevere un addio a breve e qualcuno mi accusava di provarci con un'altra senza accorgersi che in quel momento il mondo femminile per me aveva un solo nome.
A un certo punto, al dolore di quei giorni si aggiunse l'amarezza di scoprire che un amico ti guidichi senza neanche darti la possibilità di difenderti, di spiegare. Gli chiesi di fermare la macchina e scesi. Mi veniva da piangere mentre aspettavo l'autobus.

Quando giunsi all'università e ne parlai con Mimmo, restò senza parole.

T. lo rividi dopo qualche anno, ma la sua figura mi dava fastidio, come quando si è mangiato qualcosa con troppo gusto e lo stomaco non vuole più sentirne parlare.
Ma il tempo cambia le prospettive e così, finalmente, penso spesso a lui con un misto di affetto e rimpianto per tutto quanto avremmo potuto fare insieme.

S. tornò qualche giorno dopo l'epifania. Non diede segni di vita, come temevo. Lui era tornato con lei. Ero il terzo incomodo e mi misi da parte.
La incontrai per caso l'anno successivo a Cosenza. Era con lui ed era sempre bella. Ma nel frattempo avevo cominciato a frequentarmi con G., con la quale avrei condiviso i seguenti dieci anni della mia vita. La salutai al volo e, sebbene lei mi invitasse, non mi fermai a chiacchierare.

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Riferimenti:
Il Tentacolo/15
(doc #102 di sullof | 29 dicembre 2002)
Il Tentacolo
(doc #18 di sullof | 11 maggio 2002)

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