14 gennaio 2007, 18:44 | diario (doc 252, ver 8) di sullof
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San Benedetto aveva una banda Autobiografia in forma di storia
San Benedetto aveva una banda. Non una di quelle pompose, con miriadi di musicanti altezzosi, no, San Benedetto aveva una banda fatta di parenti e amici, piccola e dignitosa. Una ventina di elementi che, armati di uno strumento ciascuno, e qualche volta anche due, provava in una saletta adiacente alla chiesa per poi girare le più belle piazze presilane. Durante le feste patronali non si guadagnava null'altro che un pranzo ospiti di una famiglia locale. Ma erano tutti contenti lo stesso.
La banda, come tutte le bande, aveva un direttore. Giuseppe, non ancora quarantenne, era padre di otto figli, ben assortiti e chiassosi. Li cresceva insieme alla sua Francesca, quella donna forte e decisa che lo avrebbe lasciato troppo presto a sospirarne l'assenza. Tirava avanti la baracca facendo il sarto, il macellaio e il postino, nelle diverse ore della giornata e nei diversi giorni della settimana.
Maria aveva lunghi capelli ricci e neri a incorniciarne la rassicurante bellezza. Volitiva e capricciosa, rifiutava con superbia ogni bravo ragazzo che si proponeva alla famiglia come futuro sposo. Il punto non era che fossero buoni o cattivi, belli o brutti, ma che fossero di San Benedetto o di qualche altro paese vicino. La ragazza, che per sua natura non si sarebbe mai arresa alle passioni dell'amore, voleva solo andarsene via lontano. Ma non ne parlò mai e così che Giuseppe e Francesca non capivano le ritrosie di quella figlia femmina così diversa dalla prima, pratica e accomodante.
Aveva superato da un lustro i vent'anni quando finalmente si lascio incantare da un carabiniere con l'accento simpatico. Era una volta che suonava la banda e tutto il paese si era spostato in quello vicino per assistere al concerto. Appoggiato alla sua vespa, nuova fiammante, il giovane si presentò con fare spavaldo. Lei lo ignorò e camminando dritta come se dovesse toccare il cielo con la testa, si defilò lentamente al braccio di una delle cinque sorelle.
Ma Antonio non si lasciò impressionare. Fece delle indagini, scoprì chi era quell'adorabile, antipaticissima ragazza della festa e con una scusa andò a far visita alla famiglia. Ci sapeva fare con le persone e in poche settimane si conquistò le simpatie di Giuseppe e Francesca. Per conquistare Maria ci volle molto più tempo, ma al giovane non mancava la pazienza e senza fretta riuscì a portarla all'altare. Tante volte, quando già era padre di quattro figli, si trovò a imprecare chiedendosi perché si fosse ostinato a volere per forza quella donna.
Alla cerimonia di nozze partecipò tutto il paese. Dopo la breve luna di miele andarono a vivere a Bova, all'estremo meridione della penisola. Dopo il tempo strettamente necessario misero alla luce un primogenito dagli occhi dolci ma sofferenti, che si sarebbe spento di lì a qualche mese. Il secondo figlio, Francesco, sopraggiunto appena possibile, venne al mondo col difficile compito di colmare il fosso lasciato dal fratellino nel cuore della madre e di impersonare per il padre l'atteso figlio maschio. Si trovò così costretto nel duplice ruolo di primo e secondo figlio, senza godere i vantaggi né dell'uno né dell'altro.
Quando furono certi che il bambino era sano si trasferirono a Marigliano. Lì il piccolo crebbe precoce, con l'obiettivo inconsapevole di dimostrare alla madre di meritarne l'affetto. Durante l'ultimo mese di gravidanza del terzo figlio, Maria era stravolta dai dolori e non riusciva quasi a muoversi. Francesco, che allora aveva poco meno di due anni, con i soldi ben stretti nel pugno scendeva giù dal negoziante a fare la spesa. Questi lo guardava con sincero stupore raccogliere con attenzione il resto del soldi, organizzarsi i sacchetti di carta e fare molti viaggi su e giù per portare tutto a casa.
Ma tutto quell'impegno era inutile, Maria ci avrebbe messo molti anni ad annebbiare il ricordo di quel minuscolo, silenzioso cadavere. Nel frattempo Francesco soffriva l'aria di pianura ed era un alternarsi di tonsilliti e laringiti, finché, su consiglio del medico, conclusero di andare a vivere al mare. Quando a Sapri festeggiò il suo primo Natale da scolaro, Francesco aveva un fratello e una sorella e un'altra bambina sarebbe arrivata, inattesa, di lì a qualche anno.
Passarono gli anni dell'adolescenza e Antonio decise che la sua famiglia sarebbe andata a vivere proprio in quel paesino da dove Maria era voluta fuggire e dove la vita l'avrebbe inesorabilmente riportata. La donna non voleva tornare dov'era nata e si oppose come potè ma dovette farsene una ragione. Erano stati sfrattati e di case a Sapri non ce n'erano o costavano molto. Invece a San Benedetto si poteva ristrutturare la vecchia casa dei suoi genitori.
Passati da una ridente località di mare ad un anonimo paesino di collina, Francesco si intristì ma non per molto. Bastò qualche mese per ambientarsi ed incontrare il suo primo grande amore e dimenticare da un giorno all'altro che c'era un altro posto dove gli piaceva vivere.
Negli anni che seguirono il giovane si ricordò che da piccolo gli piaceva cantare e cominciò a strillare per ore, attaccato al pianoforte dello zio prete, prima di imparare a modulare la voce. Ma nel contempo, lasciato il mare e la sua azione benefica, la sua laringe era tornata alle noie dell'infanzia. Ma gli piaceva scrivere canzoni e cantarle e non se ne curò. Andò avanti per qualche anno così, fino a che, fra una raucedine e un'afonia, si convinse che cantare non faceva per lui e appese le corde al chiodo.
Antonio aveva sessanta anni il giorno che morì per un infarto fulminante. Era una bella sera di fine estate con quel particolare profumo nell'aria che rende il cuore leggero. Quando accadde, Francesco, che già da qualche tempo si era trovato un lavoro, decise che quel giorno la sua avventura universitaria si fosse conclusa definitamente. Il giornalismo in quel settore nascente che era il software era eccitante. E ancora di più lo era Internet, la grande rete mondiale. Così si diede alla scrittura con ottimi risultati. Ma la sua natura era incapace di concentrarsi su una sola cosa e al software univa l'interesse per l'arte e la letteratura. Per non dire della sua grande passione, la musica, che tornava a tratti dal limbo in cui era stata confinata.
Passarono un paio d'anni e venne il giorno dell'ennesimo trasferimento, da Cosenza a Roma, per seguire la sua ambiziosa innamorata. Nella capitale stette come in attesa per qualche anno, adagiandosi pian piano nel ruolo dell'uomo affidabile e concreto, finché non cadde rovinosamente da un muretto, atterrando con la faccia sul marciapiede di porfido. In ospedale pensarono che fosse stato pestato a sangue per come era ridotto: l'orbita sinistra spaccata, lo zigomo schiacciato e parte della mascella frantumata. Per fortuna, in quel posto sapevamo dove mettere le mani e oltre che salvarlo gli restituirono pure una faccia che bisogna avvicinarsi per accorgersi che qualcosa non va.
Quando lasciò la corsia, con qualche pezzo di osso in meno e qualche placca di titanio in più, mise da parte le paure e decise di riprendere la propria vita e darle una direzione nuova. Da sempre avrebbe voluto suonare il basso ma un basso non lo si trova per caso e così aveva suonato il clarinetto e la chitarra e il pianoforte, ma non il basso. Quella volta si disse che si sarebbe comprato un basso elettrico e si sarebbe iscritto ad una scuola. E così fece.
L'anno successivo, con uno smagliante Music Man in legno naturale, suonava nella jazz big band della Scuola di Musica di Donna Olimpia. Il saggio di fine anno si tenne in tarda primavera. In quell'occasione il direttore della band, che aveva ascoltato una sua canzone per caso, gli disse un sacco di cose belle e che secondo lui doveva lavorarci su, doveva crederci. In seguito gli avrebbe dato una messe di consigli preziosi. Ma una cosa è riprendere a suonare e cercare di farlo bene, un'altra è tornare a credere di poter cantare.
Il tutto era reso più difficile dall'agonizzare della storia d'amore che lo aveva portato in quella grande città. Sentiva il bisogno di cambiare qualcosa e simbolicamente vendette l'automobile per comprare una moto rossa fiammante con la quale, pur senza averne mai guidata una prima, attraversò la città fino a casa. Poi cercò un'altro luogo dove passare la notte e, contrariamente ad ogni suo proposito, a conferma del fatto che si era chiusa una fase e se ne stava aprendo un'altra, si innamorò di nuovo. Stavolta si disse che era inutile aspettare anni e anni e si sposò nel giro di pochi mesi.
La nuova casa e la nuova compagna resero l'aria affabile e la musica divenne giorno per giorno più possibile, finché finì per crederci e inviò alla SIAE le sue nuove canzoni. Il giorno che le cantò sul terrazzo di un caro amico del Nord si sentì come suo nonno, diviso fra tanti lavori e tante passioni. Gli mancava solo una famiglia numerosa, ma scambiandosi gli occhi con Tara che gli sorrideva felice, si disse che per quella c'era tempo.
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