29 maggio 2002, 10:29 | racconto (doc 44) di sullof
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Sul cocuzzolo Il sole è ancora alto nel cielo ma potrebbe essere crepuscolare la luce che ci vive intorno. Il tedesco aspetta che gli dica: «Sì, sono d'accordo». Mi parla da due ore nella sua lingua e crede che io lo capisca.
È pazzo. Non può essere altrimenti.
Gesticola ai quattro venti piegandosi su se stesso e piange e si muove roteando e, di tanto in tanto, lancia un urlo in falsetto. Chissà cosa cerca di comunicarmi con tanto fervore. Vorrei realizzare il suo pensiero ma nulla fa affinché fra noi possa aprirsi un dialogo. Deve essere pazzo.
E chissà che non lo sia pure io che sto qui ad ascoltare, senza reagire, questa raffica di fonemi del tutto insignificanti (se non per le mie orecchie irritate). Eppoi, ci vedesse qualcuno: due matti su un cocuzzolo desolato, arso, senza un albero a cui poggiarsi, col sole fra gli occhi e i capelli. Lui che parla, ritto sulle sue forti gambe, e io che ascolto, piegato sulle ginocchia, mio malgrado, e quel sole così scuro che pare volerci dire: «Che fate qui? perché non ve ne andate? è tardi, sapete, è tardi...»
Davvero mi chiedo che ci faccio qui. All'inizio volevo solo respirare un po' d'aria pura. Così mi sono arrampicato fra le rocce, per trovare cosa? Un tedesco che macina tredici parole al secondo; che, per giunta, deve essere un fanatico di Gasmann. Lo imita in tutto. Persino la statura è la stessa e in fondo gli somiglia non poco. Ma forse è l'altro che s'è ispirato a un personaggio quale il mio relatore occasionale. O che sia Gasmann stesso che si prende gioco di me? No, non può essere: è tedesco.
Sta riprendendo fiato o che? Guarda verso il basso. Sta arrivando qualcuno. Non bastavamo io e l'oratore. Chi sarà? e come sarà?
L'attesa è lunghissima e mi prende così tanto che sento un battito nuovo nelle vene e nel petto. Sono emozionato: forse ho paura. Fremo. Adesso... posso vederlo anch'io. Ha capelli lunghi e la testa china mentre si inerpica per il ripido sentiero. Mi sporgo. Si avvicina. Porta un mantello nero e una borsa enorme. Forse... è una donna.
Sono sbalordito. Una donna... Pensare che mi ero immaginato le cose più strane. Tuttavia è proprio una donna. Non è bella. Però emana un fascino sottile: quello dei misteri. O forse è solo ridicola con quelle scarpe smisurate. Il tedesco la guarda incantato, cogli occhi lucenti e senza parlare.
È una donna molto alta. Per fortuna non porta scarpe coi tacchi (le donne più alte di me mi imbarazzano). Il tedesco la ammira dall'alto posto come si è su un grosso masso candido. La sua pelle è scura e le unghie dipinte di giallo le danno un'aria innaturale, sinistra. È evidente che il tedesco, invece, la trova dolcissima e gentile e diafana e chissà cos'altro. D'altronde cosa mi dice che io sia nel giusto e non lui? E poi che vuol dire essere nel giusto?
Quanto silenzio adesso. La donna si è seduta sulla terra di roccia sbriciolata e ha estratto dalla borsona una sigaretta gigante, lunga una trentina di centimetri. Mi chiedo che se ne farà. Forse non si fuma, penso ma mi sbaglio. «Ha da accendere?», mi chiede infatti. La sua voce è bassa e straordinariamente sensuale. «Sì», rispondo. «Non fumo ma porto sempre un accendino con me: non si può mai sapere...». Chissà perché le do spiegazioni. Prendo fiato e aggiungo: «Solo... non so se basterà». «Basterà», afferma lei sicura, aspettando la fiammella. Mi avvicino e le porgo il fuoco. La sigarettona si accende con una grossa fiammata e lei comincia a tirare il fumo con disinvoltura. Proprio non la sopporto eppure ne sono attratto. Il tedesco è cotto da far paura. Sembra un agnellino: impaurito ma felice. Mi fa pena.
Lei fuma e ogni volta che espira l'aria si fa più viva, inondata da fragranze che non ho mai sentito. Forse che non sia tabacco quello che sta fumando? Eppure la sigarettona, a parte le dimensioni, è identica a una comune Marlboro. E già sta per finire quando io pensavo che sarebbe durata delle ore. Prima che resti solo il filtro, la donna la posa delicatamente sulla terra, come se non volesse farle male, a un metro da me. Seduto su uno spuntone di roccia, la osservo alzarsi voluttuosamente: è bellissima. Poi la vedo volgersi verso il tedesco che la guarda, incredulo, mentre lei gli porge la mano. «Possiamo andare», dice con la sua voce da brivido. Il tedesco salta giù dal masso. La donna gli sorride e insieme si avviano verso la discesa senza neanche salutarmi. Tornano a valle.
Sono rimasto unica compagnia del caro vecchio sole ch'è già un semicerchio appannato, seminascosto da una vetta frastagliata. Tra poco dovrò andarmene pure io. Se solo avessi portato con me il sacco a pelo. Sarebbe stato bello dormire qui stanotte: non fa freddo e l'aria è buona. Ma non l'ho fatto, devo proprio andare. Mi giro verso il sole che non c'è più ammirandone l'assenza. Le serre lontane, arrossate nel tramonto, mi tolgono il fiato. Sono totalmente preso dal fascino di questo cocuzzolo; ma devo tornare a casa.
La sigarettona, intanto, continua a vivere con eleganza. C'è qualcosa che pizzica nell'aria. Il mio naso inciampa nel filo di fumo che nasce nel rosso del tabacco acceso. Guardo il mozzicone e sento dentro un'insopprimibile voglia di fare una tirata. Io, che non sopporto neanche il fumo d'incenso, non dovrei pensarci, ma è più forte di me: devo provare. Mi avvicino con passo felpato, perché non possa sfuggirmi. Eccola sotto di me. Il fumo m'inonda il viso ma non m'infastidisce. La mano si protende verso l'oggetto del mio turbamento fino a sentirne fra le dita la fisicità. Senza alcun peso porto la grossa cicca alle labbra. Una pausa. La tensione è così forte che fatico a respirare. Pochi secondi ancora, provo a tirare ma... nulla, non sento nulla! Eppure il fumo entra nei miei polmoni. Quella donna deve avermi imbrogliato, maledetta! Ho uno scatto di rabbia e il mozzicone si ritrova in terra.
Mormorando volgo lo sguardo al calar della sera e mentre mi avvio alla discesa mi fumano le orecchie e sono così leggero che, se solo provassi, riuscirei a volare, e le mie gambe sono veloci al punto che potrei giocare a rincorrere i camosci e poi, quando sia quasi notte, tornare a casa in un baleno o carambolare giù. Ma non me ne accorgo, come non m'accorgo di altre cose straordinarie, e parlottando fra me e me discendo dal cocuzzolo. Presto sarò a casa.
Questo raccontino del 1981, rappresenta (insieme a Il mugolio e Ma la tartaruga) l'abbandono della fantascienza ed il passaggio per me ad una scrittura onirica e aperta.
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