29 maggio 2002, 10:29 | racconto (doc 45) di sullof
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Il mugolio «Questa stramaledetta scarpa non riuscirò mai ad aggiustarla», dico mentre la scaravento dalla finestra, dieci piani più giù, nella palude. Nera e lucida, col tacco alto, riflette chissà quali lampi di luce impossibile: così scura la suola. Getterò anche l'altra non appena la trovo. Ma in fondo, ora che ci penso, avendone soltanto una a cosa poteva servirmi aggiustarla?
Mi sporgo a guardare di fuori. È una bella serata. La luna è piena e viva nel cielo e l'aria ha un profumo buono di terra come dopo un temporale estivo. Chiudo la finestra e raggiungo gli altri. Nella stanza spoglia ci sono la zia Giulia e sua figlia Lory, Angela (mia sorella) e un vecchio dalla barba bianca che non conosco. La zia indossa una veste molto pesante e Lory ha gli occhi rossi, forse ha pianto per via delle fragole secche che le ha regalato Joe (lo spettro). Mia sorella ride come sempre, con quel suo fare come un motore che fatica a mettersi in moto.
Ma il vecchio... È proprio strano, sono sicuro di non conoscerlo e se la la cosa non fosse troppo strana direi che non lo conosce nessuno di noi altri. Ma allora perché mia madre lo chiama per nome dall'altra stanza? E perché io riconosco che quel nome è proprio il suo? Ecco, la giornata si presenta come al solito confusamente. Meglio non pensarci. C'è una ragazza nuova fra noi.
Ha la pelle abbronzata ed è bella nella sua nudità e chissà perché tutti stanno cercando di fasciarla con della carta morbida a rotoli. Lei se ne sta immobile, statuaria, sicché la carta scivola e le cade alle caviglie. Allora io dico che sarebbe meglio metterla in orizzontale, così, mentre due di noi la tengono gli altri possono fasciarla meglio. Ci proviamo, cominciando dalla testa, ma è inutile. All'altezza del pube succede sempre qualcosa e non si riesce a terminare la fasciatura. «Be', possiamo sempre trasportarla così», dice il vecchio. «No!», sono io a parlare, «così non è bene. Le si vede tutto e sono geloso». «Ma di chi?», ghigna mia sorella, «chi vuoi che te la la guardi?», e scoppia a ridere fragorosamente. Meglio che non le risponda sennò finisce male, stasera. «Toglietevi da lì, che la trasporto in braccio io», dico, se non altro la porto via. «Ah! Ah! Ah!... Sei sempre il solito romantico», sghignazza mia zia. «Macché romantico! È che se non la porto via rimane qui stanotte e tu sai cosa succede, in questa stanza, dopo una certa ora. Ci pensi a cosa le farebbe passare Joe? Credi che resterebbe a guardarla dal suo angolo? No, sai bene che come minimo le farebbe violenza. Poverina, ne rimarrebbe sconvolta». Restiamo tutti in silenzio per qualche istante.
Che bello!, la zia ci crede, si è convinta. Così tutti ci avviamo per il lungo corridoio che ci porterà nella stanza dall'altra parte della casa.
Giungiamo: è la camera più bella della casa, tutta illuminata da luci colorate e con la palla con gli specchietti che gira, in alto al centro; e l'aria è dolce e fresca. Peccato che non abbiamo una radio a portata di mano, sarebbe tutto ancora più bello con un po' di musica. Ora lei si è poggiata al mio petto e dorme, abbracciandomi forte, mentre ancora la tengo in braccio. È incredibilmente bella e profuma di pulito, la mia dolcissima addormentata. M'accorgo del battito del suo cuore, e ne sono felice. «Non capita tutti i giorni di innamorarsi di una ragazza che non si conosce e non s'era mai vista prima e trovarsela in braccio, nuda mentre si capisce che anche lei è innamorata, ragazzo», mi dice il vecchio con un tono da saggio. Solleva le braccia: «Sei fortunato», continua, «io non aspetterei che lei possa cambiare idea. Posala sul letto, svegliala con dolcezza e prendila adesso che puoi. Sarà bello scoprire che non è un manichino». Lo guardo con indifferenza (apparente). «Voglio solo fare un bagno, adesso», dico. Nella stanza ci siamo tutti, meno che mia madre che forse è uscita già. Di questo passo finisce che non la vedrò che per pochi istanti al giorno. Comunque ci sono gli altri. La zia lavora all'uncinetto mentre Angela si è attaccata a una bottiglia di vino rosso. Si ubriacherà di certo. Questa è la volta che la aiuto sul serio a buttarsi dal terrazzo. Adesso, però, ho solo voglia di fare un buon bagno caldo insieme alla mia improvvisa metà. Ma la vasca è occupata. C'è sempre lui! Ma non si contenta mai?
«Ti rendi conto che ti sei ridotto come uno scheletro? Non hai più un solo capello o un pelo per tutto il corpo, i tuoi occhi sono diventati ialini e paiono fatti d'acqua e ti si vede solo la pupilla e che dire delle labbra che, al contrario degli occhi, sono viola, da fare schifo. Guardati allo specchio! Sai solo ridere... Te ne freghi, vero? Per te la vita è quella vasca da bagno e quella schiuma bianca e le barchette di carta. Tu sei pazzo. Pazzo! Hai capito?». Faccio una pausa.
«Tu sei PAZZO!» gli urlo addosso senza ottenere altro che ilarità. Non so cosa gli farei quando si comporta così. Ora ha smesso di ridere ma non certo perché mi sono offeso, bensì per riprendere fiato. Ecco infatti che ricomincia. Sentendo il russare perentorio del vecchio viene da ridere pure a me. Ma mi trattengo, sono una persona seria io. Angela, come previsto, è sbronza. Chiede al bagnante pazzo di darle un bacio altrimenti si getterà dal terrazzo. Ma lui ride. Certo che insieme formerebbero una coppia dal riso tutt'altro che difficile. Però... il vecchio attrae la mia attenzione. Domattina devo chiedergli come fa a levitare in quel modo, senza neanche mettersi in posa, rigirandosi come stesse su un vero letto. Sai come si deve dormire bene cos+... Del resto bisogna adattarsi. In questa stanza c'è un unico letto e ci sta dormendo Lory. La zia Giulia ha finito il centrino di lino. Ora lo cospargerà di salsa piccante e con un pezzo di pane lo mangerà. Lo fa sempre. Ormai è il suo anti-insonnia. Ma il vecchio... come diavolo fa?
È un mugolio strozzato il suono che viene da fuori e se il vecchio s'è svegliato vuol dire che non è normale. Mi chiedo se non sia il caso di andare a dare un'occhiata. Potrebbe però trattarsi di un essere immondo e chissà che potrebbe farmi vedendomi uscire con la mia dolcissima in braccio. D'altronde chiudere il balcone vorrebbe dire restare tutti per sempre nel dubbio. Rimane una sola cosa da fare: attendere che il mugolatore faccia un'altra mossa, magari affacciandosi nella stanza con una qualche testa di cartapesta e gli occhi di plastica e la bava alla bocca o gli occhi azzurri e i capelli d'argento.
Siamo tutti impauriti ma la curiosità è troppo forte. Sarebbe bene che qualcuno ci augurasse la buona fortuna. Credo che ne avremo bisogno.
Questo raccontino del 1981, rappresenta (insieme a Il Cocuzzolo e Ma la tartaruga) l'abbandono della fantascienza e il passaggio ad una scrittura onirica e aperta.
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