29 maggio 2002, 10:30 | racconto (doc 46, ver 2) di sullof

Ma la tartaruga

Il locale s'era vuotato da un pezzo, restava solo un signore triste, seduto a un tavolino blu (in fondo) immerso in una nebbiolina di fumo di sigaro. Le due di mattina: il barista stava preparando le sue cose per il prossimo giorno lavorativo. Ancora qualche minuto, poi avrebbe chiesto all'uomo vestito di nero di andarsene.
Gli ubriaconi, che brutta razza: li detestava. Non capiva, pur essendone testimone ogni giorno, come ci si potesse abbandonare così all'alcool.
Di tanto in tanto lanciava uno sguardo d'attesa all'uomo del tavolino blu. Non sembrava un alcoolizzato vero. Probabilmente era un novizio. Magari, dopo anni di (felice?) matrimonio aveva trovato la moglie a letto con un altro e, in quell'istante eterno, era rimasto folgorato dalla terribile consapevolezza che lei lo tradisse da anni. Poteva chiederglielo, in fondo l'unico aspetto positivo degli ubriachi è che a volte raccontano storie interessanti. Decise che gli avrebbe fatto qualche domanda, si poteva anche diventare amici...
Stette ancora qualche minuto a osservarlo senza parlare, immaginando chissà quali incredibili retroscena. Quando stava accingendosi a mandarlo via entrò la tartaruga.

Il barista la notò immediatamente: era piccola e carina, con lunghi capelli biondi e occhi verdi. Lunga circa un palmo, aveva un che di aristocratico. Infondeva tuttavia un senso di pace e benessere. Chissà da dove veniva, come mai si trovasse lì, sola, a quell'ora. Il barista ricordò che gli avevano parlato di alcune tartarughe ingaggiate dai servizi segreti, forse era una di quelle (poteva essere persino pericolosa). Ma... era così piccina...
L'ubriaco non le fece caso, preso com'era dalla bottiglia vuota che aveva dinanzi e che implorava di riempirsi di brandy, come un bambino prega la madre di mandarlo a giocare in cortile. Con le dita sbriciolava meccanicamente i mozziconi nel portacenere, a volerli impastare per farne un sigaro nuovo. Non avrebbe visto un elefante, in quello stato.
La tartaruga atterrò sul bancone, dopo aver volteggiato per il locale pregno dei pensieri di quanti vi avevano sostato.

«Mi da una camomilla?-+, chiese (con una vocina dolce dolce).
«Certo», rispose il barista, emozionato come poche volte prima. Non aveva mai incontrato uno di quegli esserini in tutta la sua carriera. Si mise a prepararle la bevanda, con cura. Quando fu pronta, si voltò verso la tartaruga per chiederle quanto zucchero gradiva, ma non fu necessario fiatare:
«Senza zucchero, grazie», disse lei.
Sorseggiando la tisana, la piccola sembrava interessarsi all'uomo del tavolino blu, quasi lo conoscesse. Il tizio, malgrado la canizie, doveva avere non più di una quarantina d'anni. Ogni tanto diceva qualcosa a proposito di un assassino e del mal di denti che lo torturava e di una donna fatale e di suo nonno cieco. Frasi spezzettate tra le quali era arduo individuare un nesso. La loro enigmaticità, però, stimolava la curiosità del barista. Quell'uomo doveva soffrire molto, e aveva diritto a un minimo di compassione.
Il fatto è che tutti gli ubriachi versano più o meno nelle stesse condizioni, pensò il barista, a essere buoni, non si chiude (e non si riposa) mai. Non si può avere pietà.

Era il momento giusto per mandare via l'ospite indesiderato e chiudere il locale. In quello stesso istante s'avvide della scomparsa della tartarughina: così bella e gentile, se n'era andata senza pagare. Se ne stupì, tanto che dimenticò il suo proposito. L'ubriaco, dal canto suo, continuava a scomporre con gli occhi la bottiglia vuota che aveva davanti agli occhi e al cuore, ignorando il resto del mondo. Il barista si guardò intorno, per assicurarsi che la piccola se ne fosse proprio andata, poi, invelenito, si avvicino (di soppiatto) al tavolino blu. Con uno scatto, afferrò la bottiglia e se la nascose dietro la schiena. La reazione furibonda dell'ubriaco non ci fu. L'uomo rimase semplicemente a fissare, con occhi lucidi e cisposi, il punto dello spazio che ospitava prima la bottiglia.

Le labbra del vecchio, seduto dall'altra parte del locale, a un tavolino rosso, palpitavano, accennando un linguaggio muto. Il barista notò il nuovo entrato all'improvviso: doveva essersi intrufolato nel bar con circospezione. Sconfortato da questa novità, si accasciò su uno sgabello, poggiò la testa sul bancone e cominciò a grattarsi vigorosamente un orecchio, fino a che non gli si fu colorato di cinabro. Allora decise che non avrebbe atteso oltre. Ma quella non era la sua serata. Entrò nel bar la bianca signora di tutte le notti (in leggero ritardo, questa volta): non gli poteva rifiutare il solito doppiowhisky. Quella donna era un cliente dei migliori, una che arriva sempre alla stessa ora, ti lascia una diecimila, e se ne va (senza rompere le scatole). Era il caso di fingere che fosse ancora presto per andare a dormire, benché le sue palpebre premessero in questa direzione.

L'uomo del tavolino blu vide quello del tavolino rosso e picchiò forte con la testa sul tavolo.
«Cosa diavolo vuoi, vecchio?» urlò. «Chi ti ha detto di venire a rompermi il cazzo anche qui? Non ti basta farlo tutto il santo giorno? Che diavolo vuoi?».
Il barista schiacciò una zanzara con un buffetto leggero. La signora si affrettò a pagare e lasciò il locale. Il vecchio alzò il capo.
«Allora? Che vuoi da me, bastardo?», continuò l'ubriaco.
Il vecchio si sollevò pesantemente aiutandosi con le braccia e si diresse verso il tavolino blu.
«Non fare così», disse. «Vieni, andiamo a casa. È tardi e non abbiamo finito il nostro giro».
L'ubriaco cominciò a ridere. Il bar risuonò di echi gracchianti di risate convulse per qualche minuto. Il vecchio se ne stava immobile. Fissava l'ubriaco con fermezza. Questi ricambiò lo sguardo: cornea, iride, pupilla: tutto un mormorio visivo, una supplica. L'uomo s'era improvvisamente quetato. Il vecchio gli si avvicinò e lo prese per un braccio. Lentamente, lo condusse all'uscita e in silenzio se lo portò via.
Solo più tardi, mentre stava per buttarsi sul letto, spossato dagli ultimi avvenimenti, il barista realizzò che anche l'ubriaco non aveva pagato.
Quando l'uomo vestito di nero giunse a casa, trovò ad attenderlo il vecchio, infossato nella poltrona.
«Come mai così tardi?», gli chiese quest'ultimo. «Dapprima pensavo che tu dormissi, poi, non sentendoti russare, ho capito che dovevi essere ancora fuori e ho pensato di aspettarti». La sua voce era stanca e sibilante, da asmatico.
«Non ce n'era bisogno, pa'. Comunque ti ringrazio».
«Dimmi», riprese il vecchio, «com'è andata?».
«Mi sono ubriacato, come ti avevo detto, lui è venuto e mi ha tirato fuori dal bar. Proprio come mi aspettavo. Faceva molto freddo in strada. Ho lasciato che mi portasse dove sappiamo e poi l'ho ucciso. Il cadavere l'ho lasciato in un posto buono».
«Ben fatto», disse il vecchio. I suoi occhi avevano iridi di un azzurro sconcertante ed erano incredibilmente giovanili.

«Non riesco a prendere sonno», disse piagnucolando la bambina comparsa all'improvviso in mezzo alla stanza. Una mano sulla camicina da notte, l'altra fra i capelli scompigliati, gli occhi semichiusi. Il nonno la guardò con tenerezza.
«Guarda nel frigo... dovrebbe esserci del latte. Aiuta a dormire», disse flebilmente indicando l'elettrodomestico nell'angolo.
Mentre la piccola si versava il liquido candido in una grossa tazza di terracotta smaltata, il vecchio la osservava impietrito: i suoi bellissimi occhi brillavano. Poi la stanza prese a girare vorticosamente. Si trasformò in un enorme cestello di lavatrice. I mobili sfrecciavano. Velocissimi. Le urla del povero vecchio potè sentirle solo egli stesso. Piangendo, tentò inutilmente di aggrapparsi alla poltrona per non rovinare sulle pareti. Ritornò la quiete nella stanza. Quando la bimba si voltò verso il nonno, esplose in una risata incontenibile. L'espressione del vecchio era straordinariamente stupida, con le labbra ritratte a scoprire i denti in una smorfia a metà fra il sorriso ebete e la ferocia. Non le fu facile capire che era spirato e che la sua faccia sarebbe rimasta così fino a che qualcuno non gliela avesse rimodellata. Lo toccò, dopo qualche minuto: già freddo (e cinereo). Lo baciò sulla fronte poi chiamò a voce alta: «Papà! Papa!».
«Il nonno è morto», disse piano e si riattaccò alla tazza. Il latte freddo era dolce e piacevole. Lo bevve fino all'ultima goccia poi prese a caracollare come un alsaziano ben addestrato.
«... è morto il nonno... è morto il nonno...».
Cantilenava e ballava in trance. Sulla mensola c'era una piccola ghigliottina e una pistola calibro 38. L'ultima volta che aveva giocato con un'arma erano andati al mare. C'erano tutti: lei, il papà, la mamma e i nonni. Si erano divertiti un mondo, spruzzandosi addosso acqua e sabbia. Uno stupendo pomeriggio settembrino; l'acqua era caldissima e il cielo terso e cobalto. A un certo punto, i nonni si erano scambiati un'occhiata complice, avevano afferrato la mamma per i polsi e le caviglie e l'avevano trascinata sul bagnasciuga. Poi, fra urla e risate, le avevano tolto la vita, annegandola. Al ritorno, in macchina, si era solo in quattro a canticchiare canzonette, i pezzi della mamma nel bagagliaio, distribuiti in tre scatoloni di cartone pesante. Ne avevano mangiato per due settimane.
Mentre pensava alla mamma, e a come era buona in umido, proruppe in cucina (l'uomo del tavolino blu) suo padre. Rimase immobile, le braccia penzoloni, per qualche minuto, gli occhi negli occhi svuotati del vecchio. Poi tossì. Se lo caricò sulle spalle, entrò nel salotto e spalancò una finestra (sesto piano: il vecchio precipitò in silenzio e si fracassò sul marciapiede con discrezione).
«Vieni qui», disse poi alla figlia. «Prendi la pistola e fa quello che ti ho detto prima».
Lei corse in cucina, prese l'arma e tornò nel salotto.
«Ho paura di restare sola», disse.
«Non sarà così», la rassicurò il padre.
La pistola partorì il proiettile con misurazione, senza fare troppo rumore. Sulla fronte larga e abbronzata dell'uomo si materializzò un foro e il sangue ne uscì a fiotti.
«Brava», disse con un filo di voce, carezzandole la testa.

Quando il vecchiò incespicò nel corpo sfracellato della bambina, imprecò e si grattò la barba bianca. La tartaruga volava in alto. Le fece cenno di scendere giù e posarsi sulla sua spalla. Quando ne avvertì il peso su di sé sorrise.
«Viviamo in un mondo di pazzi, amica mia», disse. Si strinse nel cappotto, immerso nel freddo discreto del primo mattimo. Poi riprese la marcia. Le suole di mescola morbida cigolavano sul marciapiede di porfido. La strada era ancora deserta. La città, come sempre a quell'ora, appariva tranquilla e benevola.
La tartaruga emise un trillo e si innalzò fra i palazzoni bluastri. Nella poca luce dell'aurora i suoi capelli risplendevano meravigliosamente.


Questo raccontino del 1981, rappresenta (insieme a Il Cocuzzolo e Il mugolio) l'abbandono della fantascienza e il passaggio ad una scrittura onirica e aperta.

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Riferimenti:
Sul cocuzzolo
(doc #44 di sullof | 29 maggio 2002)
Il mugolio
(doc #45 di sullof | 29 maggio 2002)

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